LA RIVOLTA

La maglia arrivò in un freddo inverno del 1941 quando Mrs Reid finalmente la risvoltò e poté vederla completata. Era una maglia con il passamontagna, di un blu scuro profondo, realizzata dalla lana che suo marito aveva recuperato dallo “sgombero”. Per la piccola comunità di Comrie erano state giornate tremende, la rivolta al campo Cultybraggan era stata selvaggia ma adesso era passata, i militari avevano definitivamente ripulito il magazzino della stazione e quel che non andava buttato era stato portato via dalla parrocchia. I tempi erano così duri per la piccola comunità che si era osato spogliare i cadaveri crivellati dai colpi per recuperare vestiti e scarpe; del resto la fama di eleganza degli italiani era confermata anche dal vestiario dei militari e sarebbe stato un peccato mortale buttar via quella roba. I corpi che si erano salvati dall’incendio erano stati poi ricomposti, benedetti secondo il rito cattolico e cremati con gli altri. Documenti ed effetti personali erano stati consegnati alla Croce rossa internazionale ed il sabato stesso il pastore Calum aveva fatto distribuire tra le famiglie quel che di buono era rimasto. Duncan “Halfie” Reid, il marito di Aileen, era arrivato a casa con il suo sacco di bottino sul furgoncino della latteria.

Cultibraggan Squadratlantica

SANGUE

“Ma è sangue quello?” Aileen osservava il marito che sigaretta in bocca stava impilando sul tavolo della cucina le maglie piene di buchi e macchie scure. Halfie aveva ottenuto di prendersi le maglie grigio verdi che i prigionieri indossavano ancora volentieri nel freddo clima scozzese dopo averle portate sotto le tute di volo nelle lunghe missioni di bombardamento sul suolo inglese. Per gli italiani la Battaglia di Inghilterra era stata una gran brutta faccenda e molti dei loro aeroplani erano stati abbattuti senza pietà dalla caccia inglese prima che si decidesse di ritirare i sopravvissuti dai combattimenti. Gli aviatori catturati erano stati smistati tra Devizes e Cultybraggan ma alla stazione di Comrie c’era stato un tentativo di fuga risolto malamente in un massacro di prigionieri; strano destino quello di salvarsi dalle pallottole degli Spitfire per finire poi fatto fuori dalle fucilate di un pensionato della home guard. Duncan era ancora un uomo grande e grosso, reduce mutilato della prima guerra mondiale, nel ’15 era in Francia a Loos nella quindicesima divisione volontaria dell’ Armata Kitchener quando uno shrapnel gli aveva aperto la faccia da un orecchio all’altro. Una volta rimpatriato lo avevano ricucito e per riavere un naso aveva dovuto girare per mesi con un braccio attaccato alla faccia finché la pelle non gli si era attaccata. Dopo la guerra gli avevano dato una medaglia ed una pensione e con quella ed i lavori a maglia i Reid cercavano di campare meglio che potevano con i loro tre figli. E poi era arrivato Halfie. Quando Duncan si incazzava la grossa cicatrice rossa che gli separava la metà di sopra della faccia da quella di sotto si gonfiava e faceva da diga al sangue così che la parte di sopra diventava di un rosso acceso mentre quella di sotto sbiancava in un pallore mortale. Evidentemente quella diga tratteneva anche qualche mezza pinta di sangue extra nel cervello perché in quei momenti Duncan dava fuori di matto e pareva davvero che il dottor Jekill e Mr. Hyde si mettessero a ballare su quella faccia scozzese. I ragazzi in paese dicevano che Duncan chiamava Halfie  – da “mezzo/metà” in inglese, una sorta di diminuivo di Alfred con l’acca aspirata – per dire che il mezzo di lui che era rimasto in Francia a combattere con gli inglesi tornava in Scozia per dargli man forte in battaglia.  Duncan posò una maglia e fissò Aileen come un marito che esasperato fissa per l’ennesima volta una moglie che non capisce la stessa maledetta e stupida cosa ripetuta migliaia di volte. Era una brava donna e nonostante andasse per i cinquanta gli uomini del quartiere concordavano che aveva ancora un gran bel fondoschiena, ma da sua madre aveva preso il maledetto vizio di blaterare a vanvera con quelle loro voci squillanti, specialmente quando era meglio starsene con la boccaccia chiusa.  Quando parlò era già arrivato Halfie:“E che cosa maledizione ti aspettavi, violette di bosco? Gli hanno sparato Aileen” dicendolo piantò come una coltellata un dito su una delle maglie “E qualche buon colpo scozzese ha sforacchiato i maiali fascisti.” Come era arrivato per dire la sua Halfie se ne andò e Duncan riprese di impilare le maglie. Scalciò il sacco con un piede, non provava nessuna compassione per quegli assassini e pensò che se l’erano cercata con quel casino che avevano combinato in stazione e tanto peggio per loro, dato che erano voluti mettersi in combutta con i maledetti nazisti. Quando giù al pub sentivano alla radio dei bombardamenti su Londra a lui e gli altri della vecchia guardia di Comrie prudevano le mani e stavolta finalmente era toccato a loro dargli una lezione. “Stacca i gradi e tutte quelle idiozie che ci hanno attaccato, poi recupera la lana e facciamoci delle maglie per bambini, così le porto all’Arrow giù in centro e da questa maledetta faccenda vediamo di tirarci fuori qualche soldo anche noi.” Aileen aveva sposato Duncan prima della guerra e quando si era ritrovata tra i piedi Halfie da buona scozzese si era abituata senza particolari problemi ai cambi di personalità del marito. A dirla tutta a letto certe trasformazioni animalesche le erano parecchio gradite al punto che in privato ammetteva che se i figli li aveva avuti da Duncan il vero sesso lo aveva fatto con Halfie. Si era comunque fatta l’idea che Duncan approfittasse non poco di quella sua caratteristica per poter dire e fare cose che altrimenti non sarebbero state permesse né da un prete né da una moglie. Raccolse con un sospiro la pila delle maglie e la sera dopo lei e sua sorella Hilda avevano già tolto gradi e decorazioni e raccolto la lana in grossi gomitoli. Erano rimaste turbate quando all’interno di una maglia avevano trovato cucita una spessa etichetta gialla in raso con scritto a penna il nome del proprietario – Tenente Pilota Francesco Adinolfi, Roma -. Anche sull’etichetta si era insinuata la macchia scura che partendo da un grosso buco aveva invaso gran parte della schiena. Pensò al sangue di quel ragazzo, ai loro genitori in Italia che magari lo speravano al sicuro in qualche campo di prigionia e per un attimo almeno provò pena per la madre. Pensò allora al suo Donnan, in marina. Da quella bella e morbida lana avrebbe realizzato una maglia per lui e l’avrebbe tinta in un bel blu scuro in modo da coprire definitivamente le macchie che nemmeno con il bagno di sale erano sparite. Ed eccola lì, sul tavolo del salotto, Aileen la guardava e provò un brivido a pensare che suo figlio avrebbe portato su di sé il sangue del nemico, ma erano in guerra e considerò inevitabile intrecciare le loro vite a quel filo di morte. 

BLACK CAMP

Il telegramma della croce rossa italiana era sotto il cuscino. Coprirlo era il goffo tentativo di un padre per negare la verità, ignorarla, soffocarla. Un figlio perduto quando già lo si credeva in salvo, morto in prigionia “per le ferite riportate durante il tentativo di evasione dal campo 21 di Cultybraggan”. Questo era ciò che ora rimaneva di lui. Niente. “Che cosa ci faceva Francesco in quel campo di nazisti?” chiese a bassa voce la moglie seduta in vestaglia sul bordo del letto, i piedi nudi poggiati sul pavimento di pietra. Aveva i brividi e voleva fosse per il freddo. L’avvocato Adinolfi era steso sul letto, ancora vestito da quando era rientrato dallo studio e senza una parola la moglie gli aveva consegnato il telegramma. Si era rifugiato come in trance in camera, aveva tirato le tende e si era seduto sul letto nella penombra a piangere. Da allora era come paralizzato, qualcosa si era spento in lui. Con la destra teneva ancora il telegramma, quasi che fosse una sorta di legame che ancora lo tratteneva a Francesco. Perdere un figlio, quel bambino che amava gli aeroplani adesso era morto. Girò la testa verso la moglie. Quelle belle spalle marmoree che un tempo aveva tanto desiderato adesso erano quelle curve di una donna invecchiata. “Quel posto, Cultybraggan, è un covo di nazisti. Uno dei campi che gli inglesi chiamano “Black camp” proprio perché ci mettono i più testardi ed irriducibili”. La moglie gemette. “E allora perché lo hanno messo là? Francesco non era un nazista, tantomeno un fascista, avrebbero dovuto metterlo con i suoi compagni tranquilli ad aspettare la fine di questa stupida guerra!”. Invece era finito in mezzo a fanatici che lo avevano convinto a qualche pazzia ed adesso il risultato era che il suo bambino era morto e non lo avrebbe più visto. Rabbrividì, prese il rosario dal comodino e si infilò sotto le coperte. Adesso non le rimaneva che Alfredo, proprio lui che stava partendo per il fronte. Come una piccola luce improvvisa la speranza si accese nella mente della donna che si avvicinò al marito a cercare conforto in quella presenza fisica, reale.  “Forse adesso ci lasceranno Alfredo”. Il marito annuì e le sfiorò una spalla con dolcezza, la donna rabbrividì ancora. Alfredo si era arruolato volontario negli incursori di marina e ben difficilmente si sarebbe tirato indietro. Anzi, la notizia della morte del fratello, avvenuta in circostanze così drammatiche lo avrebbe ancora più motivato. “Certo, lui ce lo lasceranno tenere”. Spense la luce, la mano infilata sotto al cuscino stringeva la carta fredda del telegramma. Il loro Francesco era morto, freddo come quel telegramma, cancellato dalla vita da un tratto di penna. 

ETICHETTA GIALLA

Finì di cucire l’etichetta all’interno della maglia di lana. La scritta – GUARDIAMARINA REID DONNAN, COMRIE – era impressa in caratteri neri e netti; Einreen la aveva fatta stampare nella piccola tipografia del paese ed il Sig McGorman le aveva garantito che sarebbe rimasta lì per sempre.  Come base aveva utilizzato quella bella etichetta in raso dorato con il nome dell’italiano, cucendola alla rovescia così che l’identità del precedente proprietario rimanesse celata. Era il suo piccolo segreto, tradito solamente da quell’angolo macchiato di sangue.

(Continua)

LA MAGLIA : Maglia Pizzolato P.t1 – 100% Lana Merino Extrafine – Made in Italy

Pt1 Squadratlantica