Foto Giovanni Testori

e strappo’ dalla giubba l’aquila. Non poteva più sopportare quel segno sul petto. “Non volerò più” sibilò. Lo sguardo dei due uomini era un lampo che saettava tra di loro, nessuno voleva cedere all’altro. “Sei un ragazzino, proprio ora che il paese ha bisogno di tutti, tu ti metti a far discorsi del genere.” Quella mattina, dopo il combattimento, in un impeto di rabbia aveva buttato giù “il Macchi” in picchiata per poi riprenderlo un attimo prima di schiantarsi nella campagna. In una lunghissima virata aveva sorvolato Roma, le macerie fumanti, la gente esasperata che che dal basso mostrava i pugni a chi volava, amico o nemico che fosse lo malediva. Aveva fatto filare il caccia lungo il Tevere, le ali lucide d’olio e combattimento, la città sotto quel cielo di fine estate era magnifica e indifesa ed avrebbe fatto volentieri un tuffo con l’aeroplano a ripulirlo da tutto quello sporco che si sentiva addosso. Aveva sfiorato i ponti e poi San Pietro e qualcuno là sotto aveva visto un angelo o forse un demonio che non si capiva più dove fossero il bene ed il male. Resa. Provava rabbia, ed impotenza.”Io ho volato e combattuto per il mio paese, ho dato il mio sangue e lo darei altre cento, mille volte ancora.” Attraverso le imposte accostate osservava gli aeroplani fermi sotto il sole, i meccanici che quasi imbarazzati, loro che erano sempre costretti a correre, erano ora immobili ed aspettavano ordini. Quelle ombre così tristi e malinconiche che il sole allungava nel tramonto gli riportarono alla memoria i suoi studi all’università, una scultura votiva etrusca che Gabriele d’Annunzio aveva chiamato “Ombra della sera“. Ecco forse che da quella finestra, in quelle eteree figure che andavano dileguandosi egli osservava il compiersi del crepuscolo della sua vita, quella fatta di valori, di ideali e di – gli saliva la rabbia in gola a strozzarlo – Onore. Niente, non rimanevano che ombre. “Quale paese ha bisogno di me? Il vecchio, il nuovo? Il Duce, o quel che ne rimane, difensore della Patria e dell’Onore che fa da servo ai tedeschi? O il Re, il padre di un’Italia messa sotto le bombe dai suoi nuovi amici e che ora abbandona a sé stessa, il comandante in capo dei soldati che tradisce! Proprio lui, figlio di chi fece fucilare i traditori ed i vili ora per primo se ne fugge a cambiar casacca con quei vigliacchi papaveri del Ministero, che sta sicuro saran già a pensar a come servire meglio i nuovi padroni.” Nella tragedia gli venne un pensiero buffo. “Dovevo scaricare le mie mitraglie sul ministero stamattina! Altro che Keller ed il suo pitale!” Prese l’aquila con rabbia. Erano passati pochi anni dai voli su quel piccolo biplano d’addestramento che lo aveva consacrato al volo. Che vita prima della guerra! Osservò la A azzurra di smalto. Atlantici. E fu per un attimo sull’Oceano. La Trasvolata Atlantica. Era proprio passata una vita intera. Erano passate le vite spezzate “del Capo” e dei Compagni. Voleva morire anche lui, con loro, almeno come pilota ora voleva annientarsi, scomparire. Gli salì un pianto di rabbia. Strinse con forza nel pugno quel metallo freddo che tanto aveva desiderato e poi portato con tanto orgoglio, l’aquila resisteva e piantava gli artigli sul palmo ma strinse fino a che sentì che si spezzava e anche la sua vita si spaccava in due, prima e dopo quel momento. “Ci hanno mentito. E noi dobbiamo combattere e morire per loro? No.” Voltò la mano e lasciò i frammenti sul tavolo, girò i tacchi ed uscì. La spilla si era rotta in tre pezzi. Visconti prese con delicatezza l’aquila che era rimasta intatta e la osservò. Senza corona e fascio era più bella, pura, libera senza padroni di riprendere a volare. Stefanini lo guardava, seduto in un angolo, qualcosa voleva dire. Rientrò di colpo facendoli sussultare. “Una cosa me la voglio portare via, qualcosa salvo.” I due uomini rimasero seduti e silenziosi nel buio che si era fatto e parevano anch’essi diventar ombre della sera. “Venite via”. Non si alzarono, si stavano staccando da lui, era quella l’ultima volta che si parlavano e non lo sapevano, ma in due sarebbero morti come cani in quella follia. Si annodò la sciarpa compagna di mille avventure, sfilavano nel blu gli aeroplani d’oro che avevano compiuto la trasvolata atlantica. Roma, Chicago, New York, Roma. Era il 1933, l’Italia volava sul mondo e dieci anni dopo finiva tutto. “Nobis Facta Est Immensi Copia Mundi”. La vita e l’immensità del mondo. Tanto gli bastava, in un sol pezzo c’era il ricordo di quel che si lasciava alle spalle, di quel che si portava dentro e di ciò che lo aspettava.

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