Se c’è una cosa che ricordo con una pennellata di nostalgia è la storia degli urli. Ancora oggi ogni tanto mi sveglio di colpo, all’alba, ancora con l’ansia di perdermi lo spettacolo. E l’urlo appunto.

L’URLO

Di solito capitava alle sette del mattino, si era a Desenzano in un’estate degli anni trenta. Noi ragazzini ci alzavamo presto per vedere gli aeroplani rossi. Arrivavamo con le biciclette, ognuno con il suo pezzo di legno intagliato e colorato rigorosamente di rosso, perché s’era piloti velocisti anche noi.
A quei tempi a correre sul lungolago ci andavano solo quelli del Reparto Alta Velocità. C’era un po’ di tutto, gli istruttori in tuta militare, i tenenti piloti nella loro tenuta da ginnastica personale, qualcuno in polo da tennis, qualcun altro con una maglia esotica in ciniglia. I piloti correvano sempre insieme, a due o tre come in formazione, con la schiena dritta a raccontarsi le conquiste della sera prima a Rivoltella. Dei piloti il più simpatico ed elegante era quello che chiamavano il moro, che non era un militare e si capiva subito da come si comportava. C’era poi a rimorchio il gruppetto chiassoso di dialetti dei meccanici e specialisti in maglietta veneziana o canottiera, che riconoscevi dalla faccia e gli avambracci scuri maturati al sole sui musi degli aeroplani. Anche loro a raccontar fitto di donne e conquiste e qualcuno la sparava grossa che volava qualche manata che quasi finivan per piantarsi in terra. Ogni tanto si univa qualche maresciallo che con la pelata e la pancetta, in maniche di camicia e fazzolettone teneva testa a tutti e tirava il gruppo. Perché i marescialli si sa che son sempre la spina dorsale di ogni attività militare.
Il segnale era l’urlo. Un urlo alto, che prima si ripeteva a scatti come se il motore si stesse schiarendo la gola e che poi cresceva più alto, potente e continuo. L’urlo è la cosa che mi manca di più di quegli anni; al suo segnale il gruppo sulla spiaggia accelerava il ritmo e noi ragazzini ci infilavamo in bicicletta a seguirli da vicino per vedere se Ennio ci faceva l’occhiolino, che voleva dire che di lì a poco si volava.

ENNIO IL MOTORISTA

Ennio era uno dei motoristi. Uno di quei tipi sempre con il cacciavite in mano. Di lui mi ricordo le mani nere di olio lubrificante quella volta che il maestro ci accompagnò in visita all’idroscalo. Ennio ed i suoi colleghi stavano sollevando le bancate dei motori come se fossero stati quarti di bue, noi a bocca aperta a vedere da vicino gli aeroplani che non ce lo saremmo mai aspettati, parlavamo piano come se fossimo stati in chiesa ed Ennio a spiegarci le cose. E poi ci fecero quello scherzo, di chiamarci dentro l’officina e far partire un motore, prima uno botto forte, poi due, tre che acceleravano in un ruggito che fu uno spavento che ancora adesso a distanza di novant’anni ancora me lo ricordo. E’ stato allora che l’urlo mi è entrato dentro. C’era un baccano da matti e noi con le mani sulle orecchie e i meccanici che ridevano e anche il comandante Bernasconi con le mani in tasca rideva sornione al maestro che tenendosi il cappello azzardava a rimproverarlo a nome del sindaco per quelle violente sveglie mattutine. Ennio si sporgeva e con la mano faceva i segni al collega nell’abitacolo che dava manetta. Dell’officina mi ricordo l’odore acre, che pizzicava gli occhi.

LA MAGLIA

Chissà perché mi è venuto in mente di farmi fare questa maglia. Forse perché mi manca Ennio il motorista e mi manca la mia giovane età. Mi manca quell’urlo. E gli oggetti possono diventare il rifugio dei nostri ricordi. Mi manca quel senso di stupore che noi ragazzini provavamo davanti a quegli aeroplani, mi manca forse l’illusione che stavamo vivendo. Mi mancano le voci dei volti che a volte ritrovo in vecchie fotografie. Che tempi. Io spero che si torni ad emozionarsi senza essere pagati per farlo e spero che si riesca anche a non sbagliare come capitò. L’uomo è capace di imprese eccezionali, volare a 500 km all’ora a quei tempi era fantascienza ed ancora oggi quelle macchine spente sembrano astronavi. Forse è per questo che mi manca l’urlo, era una specie di segnale, di sveglia. Io spero che l’uomo riprenda il filo del discorso e stavolta non si perda. Forse per questo mi è venuto in mente di farmi fare questa maglia, per l’urlo.
Maglia Motorista – 100% Cotone Jacquard – Made in Italy

Motorista Grigio Blu Squadratlantica