22 Aprile 1943
“Adinò… e sbrigate!”
Lo spintone lo fece trasalire. Nella sua carriera di aviatore ne aveva visti di aeroplani belli grossi ma quello li batteva tutti. Nella canicola trapanese che annunciava l’estate gli uomini della Folgore procedevano incolonnati e con lento metodo venivano inghiottiti dal muso spalancato del gigantesco aeroplano da trasporto. L’aria era densa del pungente odore di carburante avio, degli avieri in pantaloncini corti andavano avanti ed indietro facendo rotolare dei fusti recanti la scritta R. AERONATICA fino ad un punto nel quale venivano imbragati ed a forza di braccia issati sulle ali enormi; ecco le italiche risorse a sostegno dell’ alleato tedesco!
Sotto il sole a picco uomini a torso nudo azionavano le pompe a mano per trasferire la benzina nei tubi che come serpenti sussultanti si infilavano negli immensi serbatoi racchiusi nel dorso del mastodonte dell’aria. Dal gruppo di soldati qualcuno fischiò “Ehi Sarti! Guarda un po’, quello sì che è pompare! Altro che le tue duecento mattutine!” Qualcuno rise, qualcuno no. Gli avieri lavoravano senza parlare evitando lo sguardo dei militari che salivano a bordo. Un pilota della Luftwaffe in combinazione di volo estiva color sabbia, giubbotto di salvataggio giallo, occhiali da sole americani e ciabatte tunisine teneva il conto dei fusti man mano che svuotati venivano buttati giù dall’ala. Cadendo sul terreno battuto della pista i contenitori vuoti producevano un suono come di un gong ed a Francesco parve che si contassero i rintocchi di una mezzanotte.
“Ma guardate che bestione, pensavo che solo gli americani potessero concepire una cosa del genere!”
“Fritz mi ha detto che non per niente si chiama Gigante!” L’immenso aeroplano sovrastava i minuscoli uomini che gli si affollavano intorno, chi per nutrirlo, chi per sparire inghiottito nelle sue viscere. Dopo il primo gruppo degli alpini era stata caricata una camionetta Sahariana in modo da bilanciare il carico ed ora si procedeva a far salire gli uomini della Folgore. Tesa sullo scheletro di metallo la superficie di tela e legno mimetizzata a macchie grigioverdi ricordava la pelle di un gigantesco pesce e la svastica dipinta sulla coda era alta come due uomini posti uno sull’altro. Erano tutti impressionati ed allo stesso tempo preoccupati dalle colossali dimensioni del gigante. Arrivarono quindi gli armieri tedeschi a montare le mitraglie machinen-gun di difesa su delle postazioni sistemate nei vari angoli dell’aeroplano; era impressionante il numero di armi montate ma soprattutto la quantità enorme di munizioni che venivano stoccate in ogni angolo; i mitraglieri stessi, ragazzi spavaldi con gli occhi di ghiaccio, se ne incrociarono dei nastri sul petto come chiaro segno che non si facevano illusioni e ci si attendeva una feroce battaglia per la sopravvivenza. Tanto valeva vender cara la pelle! Vennero quindi tolte le rampe e le enormi valve, alte come i portoni di un granaio, vennero chiuse sugli uomini che si erano accovacciati sugli zaini buttati sul pianale d’acciaio. Rimasero così in silenzio per qualche minuto in una penombra carica di nervosismo, non era ancora stato dato il permesso di fumare, poi risuonarono gli ordini secchi del pilota che procedeva ai controlli di accensione dei motori ed in sottofondo si cominciarono quindi ad udire il brontolio degli altri aeroplani fino a a che fu una unica cacofonia di motori. Ferri che doveva sempre vedere il lato avventuroso delle vicende alzò la voce per farsi sentire: “Eccoci dunque signori sistemati comodi come un buon ripieno in un bel bersaglio grosso e grasso, pronto per la caccia inglese” “Ma se siam come un porcospino con tutte ste mitragliatrici, vedrai che dopo un paio di raffiche e ci staran ben lontani!” gli urlò di rimando Berti. “E nel caso abbiamo ben i nostri moschetti!” rispose Natta sfiorando il ferro ben oliato della sua arma e già guardandosi intorno a cercar un buon punto di tiro. “Ma cosa vuoi pigliarli che passano veloci come demoni ed un attimo dopo sei morto!” sibilò tra sé e sé Adinolfi accarezzando già la sigaretta con le labbra “Tel dis me che li ho avuti davanti in Inghilterra”. Si alzò e guardò dal finestrino laterale gli aeroplani che lentamente si avviavano al rullaggio in una nuvola di polvere. Una raffica di ombre saettò urlando sul campo: i loro caccia di scorta passavano bassi per confortare i piloti dei trasporti. A preoccuparlo era la finitura praticamente nuova delle macchine che stava osservando, segno inequivocabile di una vita operativa appena iniziata. Considerando l’elevato numero di missioni che si svolgeva per rifornire la Tunisia era chiaro che quegli aeroplani erano di rimpiazzo ad altri che evidentemente non c’erano più, abbattuti o persi in incivolo. Come pilota sapeva bene che un aeroplano usurato non era per forza un brutto segno perché significava molte ore di volo effettuate e che la macchina era sempre tornata alla base, pronta per nuove missioni. Ultimamente invece sugli aeroporti italiani e tedeschi gli capitava di vedere sempre meno aeroplani e sempre nuovi, dei vecchi nemmeno l’ombra; ma decise di tenere per sé queste preoccupazioni che tanto ad innervosire gli altri non ci si guadagnava. “Ci vorrebbe una squadra di Bonannini, eh Adinolfi?” sospirò il Capitano Galli. Ma Bonannini, l’asso mitragliere della Regia Aeronautica, era in ospedale con una palla inglese nella gamba.
DECOLLO
Per come si stavano muovendo potevano benissimo essere su un autocarro tanto erano i cigolii e gli scossoni. In un alternanza di rombi dei motori di destra e sinistra l’aeroplano stava pesantemente manovrando per uscire dall’aerea di decentramento e raggiungere la striscia piatta e rettilinea dell’aeroporto adibita a decolli ed atterraggi. Buche e dossi venivano malamente amortizzati dalle rigide sospensioni del treno di gomme posto sotto la pancia della balena che li aveva inghiottiti e gli uomini ballavano malamente tra un misto di imprecazioni, incitamenti e bestemmie rivolte al pilota. I mitraglieri tedeschi aggrappati alle MG sghignazzavano con scherno: “pista italiana nicht gut! No buono!” “Alloraaaaa… quando ci alziamo? Voglio fumare!” ringhiò un parà. “Adinò, ma quanto devono tirare i motori per portar su una bestia del genere con tutti i nostri bei culi?” Si tolse la sigaretta dalla bocca al pensiero di un incidente in decollo “Eh…” sospirò, “Qualche tonnellata di carburante va via solo per alzarsi…. sai che botta se ci pigliassero adesso, a serbatoi belli pieni?” Alla dotta rivelazione gli uomini si incupirono ancor di più. Un parà non teme il lancio ne’ il combattimento, chiede solo la possibilità di battersi, fosse anche uno contro dieci. Erano rimasti in pochi dopo El Alamein, pochi sopravvissuti che non bramavano altro che riunirsi un ultima volta e combattere insieme. Le notizie dalla Tunisia erano drammatiche, radioscarpa parlava di una feroce battaglia combattuta a Tokrouna un paio di giorni prima, ma i dettagli erano confusi e la probabile verità soffocata dalla censura. La sensazione era quella di correre a spegnere l’incendio in una valle che era già bruciata. Ma almeno sarebbero voluti cadere armi in pugno.
Decollo. Una corsa che non finisce mai, poi uno scoppio di razzi che spingono in alto il leviatano e furono in volo.
Permesso di fumare. Decine di piccole stelle si accendono nel buio della stiva. “Madonna mia, proteggici tu”.
E’ il 22 Aprile del 1943.

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