Era stato un ferragosto piacevole. Almeno fino a quando non mi ero accostato al fuoco.
E’ Francesco ad occuparsi della grigliata. Mio cognato è un tipo tranquillo. Robusto, pacioso, affidabile. Devo dire che non mi aveva entusiasmato più di tanto quando mia figlia lo aveva portato in casa, ma con il tempo ho imparato ad apprezzarlo, comunica sicurezza. A ferragosto il Franz arriva sempre alle nove, nove e mezza, scarica la carne sul tavolo della cucina e si fa offrire un caffè bon dalla suocera. Marta gli vuole bene. Chiacchierano un po’ come madre e figlio; il tempo, il lavoro, quando ce lo fate un’altro nipotino e poi con permesso si toglie la camicia, la appoggia con cura sulla sedia ed inizia a darsi da fare. In canottiera se ne va a spasso con la carriola per le vigne ed i filari dei peschi a raccogliere quello che gli serve per l’aroma, poi scendiamo in garage, si piazza lì e con le mani sui fianchi, fazzolettone in mano e sigaretta in bocca studia la pila dei ciocchi grossi e scuri per individuare quelli che son quelli giusti. Quel modo di fare lento ma sicuro tipico del contadino mi ricorda un po’ Pozzetto ma anche il Bepi, il cuoco del campo volo di Vicenza di quando volavo sui Macchi, durante la guerra. Sarà per questo che il Franz alla fine mi è piaciuto.
Andò tutto bene anche quel ferragosto. La carne era eccellente come sempre e Franz gongolava a vedere i piatti vuoti ed i volti soddisfatti. Merito della macelleria Galvani dice sempre, vengono da tutta la provincia e per me il titolare ha sempre da parte i tagli migliori. Ma avevo mangiato troppo ed anche se ero sopravvissuto al rancio di guerra del Bepi, alla mia età bisognava stare attenti. Stavolta la grappa non mi aiutava a buttar giù e mi ero avvicinato al fuoco. Fu allora che uno di quei ciocchi grossi e scuri che Franz aveva accumulato con cura sul fondo del camino crollò rovinosamente sulle braci.
Eravamo sotto il gazebo, Ferri fumava come un turco anche se il caldo era bestiale, non tirava un alito di vento e nelle Marus si moriva.
Bella fortuna essere di preallarme proprio il ferragosto! Quella del 43 fu in tutti i sensi una estate rovente, a volte ti veniva quasi voglia di un allarme per potertene scappare in quota. Dici che oggi gli americani faranno vacanza? Adesso che si son presi la Sicilia vedrai che se ne staranno beati in spiaggia! Barelli aveva dato scacco matto a Tognoli. Maledizione a loro, ci rovinano la festa e non si presentano nemmeno a ballare! La giornata era splendida, il rumore delle cicale assordante. Il campo volo era un bel prato verde con un paio di tende ed una manica a vento; il minimo indispensabile per campare ed evitare che i Thunderbolt americani venissero a servirci la colazione al mattino. I meccanici dormivano nelle tende e gli alloggi ufficiali, se così li potevamo chiamare, erano sistemati nella casa del contadino. Eravamo in condivisione più o meno intima con una squadra della Gamma che bivaccava lì per giorni per poi sparire di colpo. Si diceva fossero in addestramento speciale alla piscina di Valdagno. Quei signori erano dei fegatacci, sempre a filare il pugnale, altro che noi pilotini. Ma erano gente allegra che rideva in faccia alla morte. Il loro motto era Memento Audere Semper ed il loro simbolo un teschio con la rosa in bocca! Qualche fanatico ma in fin dei conti dei buoni diavoli; mi ricordo in particolare di quel tizio che si era messo in testa di imparare a volare e quindi ci stava addosso ogni momento Così mi porto avanti che dopo la guerra vado a fare il pilota di linea. Sorrideva con i suoi denti bianchi sulla faccia abbronzata. Per le hostess, ammiccava. Gli avevo spiegato i comandi del Macchi e quel matto voleva a tutti i costi venire in missione con me. Piccolo com’era ci sarebbe anche stato sul sedile a farmi da comodo cuscino ma ci mancò l’occasione. Era simpatico, un ragazzo del sud che un anno dopo sarebbe caduto ad Anzio.
La mattinata avanzava. Alla radio qualcuno parlava di una straordinaria azione delle nostre motosiluranti a Capo Spartivento, nelle acque orientali della Sicilia. “Nelle prime ore del mattino, i ‘tre di capo Spartivento’, incuranti della preponderante forza nemica, si portavano all’attacco…” Io me ne stavo sulla mia sdraio, origliavo e sfogliavo per l’ennesima volta una delle vecchie riviste che giravano al campo. Anche noi eravamo incuranti della preponderante forza nemica, dieci caccia contro mille bombardieri, il nemico si presentava come un unico immenso sciame di moscerini, impossibile e folle ormai pensare alla vittoria. L’unico progetto che aveva senso in quel momento era che da un certo punto della mia vita tutti i ferragosto volevo passarli, possibilmente da vivo, con la mia Marta.
I Macchi erano decentrati sotto gli alberi, le reti mimetiche sui musi e le ali. Ogni tanto un meccanico si tirava qualche martellata su un dito e si sentiva un moccolo, ma tutto sommato la domenica scorreva tranquilla. Se per le dieci non arrivava l’allarme la giornata di lavoro in aeronautica si poteva dire conclusa.
Alle dieci e mezza Bepi aveva ricominciato a far girare quello che solo lui chiamava caffè bòn. Il grammofono di Pagliai aveva attaccato uno di quei suoi dischi jazz proibiti. Con i suoi parenti americani Pagliai passava per essere un sovversivo sobillatore ed il capitano Becci non perdeva occasione per stuzzicarlo. Tenente, con quei suoi dischi prima o poi arriveranno i carabinieri o gli americani, in entrambi i casi la consegnerò personalmente.  Io stavo scrivendo a Marta e preso tra le braccia di Cupido seguivo distrattamente il ritmo sincopato stringendo tra i denti un bocchino d’avorio sul quale avevo appena infilato una Milit. Cercavo un cerino e mi ricordo che pensai a quanto strano e lungo fosse quell’assolo di tromba che sembrava non finisse mai, ma anzi aumentasse di intensità. Poi fu l’inferno.
Dopo la guerra avevo avuto modo di pilotare i Thunderbolt ed un giorno mi ero messo d’accordo con il capo pattuglia per un fuori programma a volo radente sul sito del mio vecchio campo di guerra. Fu allora che mi resi conto degli attributi di quel pilota americano che aveva letteralmente sradicato il nostro gazebo facendolo volare in mille pezzi. Se l’era portato via semplicemente investendolo con muso ed ali, lasciandoci a testa scoperta a prenderci la grandinata di mitraglia che ci scaricarono addosso i sui amici cowboy. Eravamo tutti pazzi scatenati. A 25 anni si fanno cento metri in un lampo, specialmente se qualcuno ti spara addosso con otto calibro 50.
La scena l’ho vissuta più di quarant’anni fa ma è ancora viva nella mia mente. Mi infilo nel Macchi che già il meccanico avvia lo starter. Via i tacchi, con il tettuccio ancora ribaltato avanzo un po’ allo scoperto per capire dove sono i maledetti Thunderbolt e cogliere l’attimo giusto per scivolare fuori. Una esplosione alla mia destra, una elica che vola in alto ruotando come una trottola, urla, un Macchi brucia furiosamente. Il pilota è saltato fuori come un gatto e già si infila tra gli alberi. Dallo sprint giurerei che è Bognoli, da civile centravanti dell’Ambro-Inter e cocco dell’allenatore Zamberletti. Ha uno spunto incredibile il Bognoli, sempre il primo a saltar sull’apparecchio.
Madonna santa, fammi decollare. Il motore urla, avanzo al sole, un Thunderbolt mi tira una raffica ma mi manca, gli urlo addosso un paio di bestemmie, lui finisce lungo e si infila con un gran botto nella casa del contadino. Povero Bepi, speriamo bene! Tutta manetta, pedaliera a zig zag per un po’ poi mi tuffo nel prato, ricordo che non c’è vento e quindi posso prenderla come mi pare. Fuoco e fiamme ovunque. Via via, sento un gran botto dietro di me ma non mi volto, un paio di colpi sull’ala ed un ombra rabbiosa mi passa sopra. Vedo la sua pancia d’argento tutta unta d’olio, ti si grippasse il motore! impigliata sull’ala della paglia che mi sembra del nostro gazebo. Flap, motore al massimo, dai dai Cristo Santo, vai! VAI! , decollo, su il carrello, gli corro dietro, gli tiro un paio di colpi di sfida ma l’infame scappa sbattendo beffardo le ali. In un attimo il cielo campo è deserto; brutto segno, stanno arrivando i bombardieri.
Un Macchi 202 ci mette più o meno cinque minuti a salire a 6000 metri, la quota sulla quale di solito passa “il traffico” degli americani. In quattro minuti netti intercettiamo duecento Liberator che se ne stanno beati a 5000 metri. Viaggiano tranquilli convinti che la guerra sia finita. Avranno ragione ma noi abbiamo ordini e volontà diverse.
Siamo in tutto una ventina di cacciatori tra Macchi ed i Gustav tedeschi. Più in basso, lenti, si arrampicano dei bimotori con cannoni a lunga gittata; si riconoscono dalla canna lunga che sporge da sotto il muso, micidiali contro i bombardieri, facili prede della caccia di scorta. I tedeschi andranno all’attacco, noi con i nostri caccia leggeri dobbiamo stare di copertura, quindi cabriamo e ci portiamo a seimila. Controllo gli strumenti, carburante a posto e armi cariche; trasudo adrenalina, sono eccitato, pronto a battermi e per niente contento degli ordini. Penso al povero Bepi saltato in aria con il suo caffè. Vedo anche gli altri Macchi sbattere smaniosamente le ali, tutti protestano, Pagliai mi fa eloquenti cenni dall’abitacolo ma Becci non si fa sentire, il suo Veltro precede la formazione, vedo la sua testa muoversi ansiosa in cerca del nemico.
Un razzo rosso nel cielo, parte l’attacco. I Gustav si dispongono in coppie, fanno un mezzo giro largo ed affrontano i quadrimotori muso contro muso. Gli americani stringono pigramente la formazione ed aprono il fuoco con le traccianti; si alza un muro di piombo, ogni attaccante deve sentirsi l’unico obiettivo di duemila mitragliere. Ancora non si vede la caccia di scorta, un colpo di fortuna incredibile per i bimotori che hanno campo libero e come dei lupi manovrano per prendere i bombardieri da dietro, fuori dalla gittata dei mitraglieri di coda. Sarà un massacro penso, poi Becci salta in aria con un lampo bianco. Chiudo il radiatore e mi tuffo a tutta manetta su un Lightning che mi sfila a destra come un bolide. Che bella macchina, che piacere farlo fuori.  E’ a 300 metri, sta tentando una virata larga, il grosso bimotore si rovescia, può solo scappare in picchiata sfruttando la potenza dei motori ed il suo peso, quasi il triplo di quello del mio piccolo caccia, ma non lo mollo ed insisto. 200. Lo piglio, lo piglio, mi guardo in giro, nessuno intorno, mi concentro su di lui, gli tiro da distante un paio di colpi per innervosirlo, le traccianti curvano in aria, alto, troppo alto ma lui le vede e si sposta brusco dall’altra parte, un paio di baffi di condensa all’estremità delle ali, eccolo che perde velocità, 50 metri! Tiro un po’ la cloche, tolgo manetta, un filo di flap o gli vado addosso, usciamo dalla verticale, quasi freno, il sangue mi va alle gambe, punto i piedi, un’altra occhiata fuori, non voglio far la sua fine sul più bello. Lo inquadro nel reticolo e finalmente faccio cantare le Breda, i colpi si infilano nel motore di sinistra che sbuffa, perde pezzi, sono ipnotizzato, un’ombra improvvisa, un gran pasticcio mi esplode davanti, tiro la cloche e lo mollo! Olio? I suoi pezzi mi investono!?  Cabro, raddrizzo, mi guardo in giro, nessuno, solo nuvole e cielo azzurro. Sul parabrezza sangue e piume. Maledetto volatile! E il Lightning è sparito.
Mi rilasso un attimo, stendo le gambe, bevo un goccio d’acqua dalla bottiglia e mi lavo la faccia. Per pigliare l’americano mi sono mangiato un sacco di quota, la mischia adesso è tremila metri più in alto. Ritiro i flap, apro il radiatore ed inizio una lenta spirale a salire, ho ancora carburante, colpi e rabbia da vendere. Il Folgore, povero asino, si arrampica, ma avessi un Veltro sarei già là maledizione! A trecento metri un bombardiere sta cadendo in una lenta vite piatta, le ali incurvate con i motori che girano ancora. Un Gustav lo segue scendendo a spirale, si gode la scena. Il pilota mi vede, chiude la virata e si affianca. Dall’abitacolo Adolfo mi sorride e mi fa indica lo spettacolo, gli rispondo con un cenno della mano, mai piaciuti i crucchi. Più in basso il bombardiere si piega in due ed esplode in una bella fiamma arancione, nessun paracadute in vista, Adolfo sarà contento.
Saliamo, il calderone è ancora attivo, bombardieri che fumano, caccia che si danno battaglia, nessuno ci dà noia. Indico al crucco il gruppo di Liberator che vola più in alto, lui mi fa JA con la testa, ci allarghiamo per metterci con il sole alle spalle e prenderli in mezzo, quindi saliamo ancora.  Il corso di comunicazione visiva della Luftwaffe viene utile, con pochi gesti io ed Adolf ci capiamo alla perfezione, attaccheremo dai due lati il bombardiere di testa per poi scaricare quel che resta sugli altri, con un po’ di fortuna avremo la nostra preda. Mi guardo in giro, nessuno intorno, possiamo attaccare.
Con un elegante tonneau Adolf si allontana a cento metri sulla mia destra, vuole impressionare l’alleato spaghetti con un po’ di acrobazia! Ma va in mona crucco, chiudo il radiatore, il sangue del pennuto mi incrosta il parabrezza ma riesco ancora a vedere, alzo un po’ il sedile, speriamo non mi becchino in fronte. Un respiro, due, mi faccio il segno della croce, un bacio a Marta e vado.
La velocità combinata di un Liberator e del mio Macchi che si vengono incontro è di circa 900 km/h. Il bestione infine mi scorge e comincia a sparacchiare, il suo muso potrebbe tranquillamente mangiarsi il mio caccia; come orsi attirati dal miele altri bombardieri iniziano ad indirizzare i loro colpi su di noi. I traccianti rossi si attorcigliano ancora distanti, sento un colpo a segno ma non me ne curo, il motore urla che è un piacere. Cinquecento metri, con l’occhio sbircio e vedo il bravo Adolf perfettamente allineato sulla mia destra, sbatte le ali e si allarga, mi allargo anch’io, dobbiamo dividere il fuoco di difesa che mi sfila a destra.  200 metri, apro il fuoco mirando appena sopra la grande serra che è l’abitacolo del bombardiere, mal che vada prenderò in pieno la torretta del mitragliere che mi sta sputando addosso l’inferno. Franz sta serrando troppo, scarta di colpo e mi arriva quasi addosso! Si inclina e vedo le croci nere sulle ali, un fiotto di fumo bianco erutta dal fianco del Gustav, il radiatore è colpito, una lingua di fuoco arancione lampeggia. Il tettuccio è sganciato ma Franz è ancora aggrappato alla cloche, alza la testa e mi guarda. E’ un attimo, la sagoma enorme del bombardiere di testa ci è addosso e si infila sotto il mio muso, trattengo il fiato ed aspetto di sentire il botto, impossibile non colpirlo! Il Gustav di Adolf deve averlo però preso con l’ala ed adesso il piccolo caccia è una ragazza che fa la ruota al saggio scolastico attraversando di taglio la formazione dei bombardieri. Una macchia nera di stacca, in qualche modo Adolf si è lanciato. Appena in tempo! Il Gustav prende in pieno un Liberator in una esplosione pirotecnica. Urlo come un pellerossa e scarico le mie armi su tutto quello che mi si para davanti. Vedo i miei colpi sbriciolare un motore, fracassare un muso; uno dei colossi mi sta passando sopra, cabro e gli indirizzo la mia medicina nella pancia scura; vedo una manciata di colpi andare a segno, poi nulla, solo il rumore metallico degli otturatori, ho finito i colpi maledizione! In una frazione di secondo si produce una esplosione colossale, devo aver colto il carico di bombe! Gheregheghez! Fumo nero e rottami, ci passo attraverso! Esco e mi trovo in mezzo ad un branco di cani inferociti. Via! Imposto un mezzo tonneau per buttarmi in picchiata e già un tracciante mi sfiora l’abitacolo, due dieci, si apre un bel buco sul muso. Grandina! Sono fritto! Butto la cloche a sinistra, tutto timone a destra, mi scompongo, il mondo gira, sono schiacciato sul fianco dell’abitacolo, il Macchi scricchiola, le ombre ruotano intorno a me, esco dall’ intrico dei bombardieri ma sto cadendo in vite, qualche colpo svogliato ancora mi insegue. Cerco il mio cliente, eccolo lassù! Un paio di Lightning che virano decidendo come mangiarmi. Devo stare calmo. Un giro, due giri, tre, timone, timone lo tengo! Sono allineato, dò tutta manetta e mi butto di muso, lascio la briglia sciolta al mio asinello che adesso corre come un purosangue per salvare la ghirba, mi dirigo in tuffo nella formazione nemica più bassa, tante piccole croci rosa che da distante sembrano perfettamente immobili sul verde delle campagne screziato d’ocra. In fondo all’orizzonte lo specchio piatto del Garda. Eccoli! Le traccianti mi inseguono! Passo come un proiettile attraverso la formazione, la lancetta dell’altimetro gira veloce, la cloche trema violentemente, il motore mi urla che non ne può più ma adesso devo solo pensare a scappare, al diavolo il motore, gli americani non mi mollano. Duemilacinquecento metri, duemila, millecinquecento, richiamo, le traccianti mi inseguono ancora ma non posso certo infilarmi nei campi, tolgo motore e tiro, tiro, un Lightining lentamente mi sorpassa, il pilota mi guarda con una espressione neutra, forse sta pensando che tra un attimo probabilente morirà, lo saluto con la mano. Ancora una volta è il peso piuma del Macchi a salvarmi, regalandomi quei trecento metri in più rispetto al Lightning che invece trascinato dalla foga del suo pilota prosegue dritto verso le vigne della Valpolicella. Lo vedo rollare avanti ed indietro sulle ali come un cavallo a dondolo, i flap fuori tutti ed il timone a cabrare ma non c’è niente da fare e s’infrange in un campo scassandosi come un giocattolo. L’altro americano arriva un attimo dopo ma fortuna o abilità se la cava con una bella spanciata. Due Lightning a terra! Conteranno come vittorie involontarie? Dò motore, faccio un giro largo e passo sopra i due piloti miracolosamente illesi. Sbatto le ali salutando i contadini che arrivan di corsa.
E’ tempo di tornare, faccio riferimento al lago e mi dirigo verso Venezia, sulla strada incrocerò il campo. Sopra Soave finalmente mi ricongiungo con i miei, siamo rimasti in quattro di sei che eravamo partiti. Ci mettiamo in formazione a coppie e seguiamo la provinciale tra Peschiera e Verona.
E’ lì che succede ed ogni volta che vedo il fuoco mi torna in mente.
Quel 15 agosto ce ne stavamo tornando tranquilli alla nostra base. I Macchi volavano bassi sfruttando i colori del terreno per mimetizzarsi sullo sfondo e celarsi all’occhio nemico; ne avevamo avuto abbastanza per quel giorno e volevamo scampare a qualsiasi spiacevole incontro, arrivare alla base, fare rapporto e mangiare qualcosa.
Ricordo che osservavo i campi passare sotto la mia ala pensando a quanto sbagliato era quello che stavamo facendo; alla nostra età avremmo dovuto essere al lago con le nostre fidanzate a goderci la villeggiatura. Mi consolavo pensando che prima o poi sarei andato in licenza e che comunque in qualche modo la guerra sarebbe finita. Mi dovevo solo preoccupare di portare a casa la pelle senza fare troppo l’eroe.
Passavamo rombando sopra i paesini della provincia, forse pensavamo in qualche modo di rassicurare la nostra gente mostrandoci in volo alla luce del sole. Ma nel ’43 erano più gli aerei alleati sopra l’Italia di quanti ne avessimo prodotti noi in tutta la guerra ed era naturale che i nostri militari fossero nervosi per qualsiasi cosa passasse loro sopra la testa. Volle la sfortuna che ad una nostra colonna in ripiegamento fosse stata appena servita una doppia razione di bombe e calibro 50. E volle il diavolo che con la loro forma affusolata, le ali rettangolari e l’abitacolo squadrato i Mustang americani avessero il brutto difetto di esser presi per Messerschmitt o Macchi e viceversa. E quindi, è naturale, da sotto ci spararono addosso con tutto quello che avevano. Eravamo a San Bonifacio quando le prime traccianti cominciarono a salire incrociando la nostra rotta, noi eravamo dietro e le prime raffiche colsero i due che erano davanti. Vidi il Macchi davanti a me colpito in pieno buttar fuori un mare di scintille rosse, come il ciocco in un camino quando si rompe. Quell’immagine mi sarebbe rimasta impressa per sempre nella memoria. Eravamo bassi, troppo bassi e l’aereo si infilò in fiamme nel canale che correva lungo la strada. Noi battemmo le ali e cabrammo inseguiti da qualche raffica ma ci avevano capiti ed il fuoco cessò. Arrivammo al campo ed ebbi la grande sorpresa di trovare il Bepi ad aspettarci con il suo caffè che stavolta era proprio bòn. All’appello mancavano il Capitano Becci, Tognoli e Pagliai, abbattuto dai nostri. Non fu certo il primo, nel ’40 a Tobruk la contraerea italiana aveva fatto ben di peggio, né sarebbe stato l’ultimo; ma certo che morire così era proprio una sfortuna. Dal mio Macchi sforacchiato tirarono fuori i resti di un piccione e tre proiettili da 50, uno di questi piantato giusto nella canna di una delle due Breda; se avessi potuto sparare ancora mi sarebbe esplosa l’arma in faccia. Noi ne avevamo tirati giù quattro, troppo pochi e tanta gente continuava a morire per niente quando ormai i giochi erano fatti.
La grigliata mi piace, specialmente quella che prepara mio cognato. E mi piace anche il fuoco nel camino. Il fuoco ti parla, ti fa pensare ed alla mia età non rimangono che i pensieri ed i ricordi. A volte vorrei bere di nuovo quel terribile caffè bòn del Bepi e rivedere il sorriso di quel ragazzo della Gamma. Adesso potrei portarlo all’Aeroclub e fargli prendere il brevetto. A volte però quella strana danza improvvisa che fanno le scintille quando uno dei ciocchi si spezza mi fa tornare in mente il ferragosto del 43 e la triste fine di Pagliai, pilota della Regia Aeronautica e grande appassionato di Jazz fuori legge.  Ma si sa, in Italia gli amici degli americani finivano sempre abbattuti dai nostri.

Nordamericana Squadratlantica