L’uniforme bianca era pronta, adagiata con la cura dell’attendente sul divanetto della lussuosa cabina. Sul petto della giacca facevano obbedienti la parata l’aquila d’oro massiccio, le decorazioni ed i nastrini. Quali ideali dimoravano in quell’aquila e quante campagne vittoriose erano raccontate in quei colori; quanti ammazzamenti, polvere e sangue erano passati dalle sue mani a quei metalli. L’alto berretto e gli stivaloni lucidi avrebbero completato l’esibizione del potere che quel genere di messinscena serviva a propinare agli interlocutori; tutto era dimostrazione di forza, tutto era esplicita esibizione di minaccia, anche lo spadino che in vita sua non aveva trafitto nemmeno il petto di un fagiano se ne stava con l’elsa intarsiata e dritta, pronto ad essere sguainato. E lui, lui era il manichino che doveva indossare quella divisa, un soldatino di piombo obbediente, l’asta dritta e ferrea sulla quale la bandiera doveva sventolare.
Gli aeroplani, i suoi magnifici e bianchi catamarani alati che dondolavano tranquilli nella rada illuminata dal chiarore della luna, l’indomani si sarebbero riuniti nella grande formazione, la Balbo. Ma non sarebbe cambiato niente, il fatto era che anche loro, quelle macchine perfette eran figlie e serve dello stesso compito, rotelle dello stesso ingranaggio: dimostrare al mondo la potenza dell’Italia o per meglio dire, del Duce.
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