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LIBRI PERDUTI E RITROVATI | Manfred Von Richtofen – Diario di Guerra
Che io sia stato abbattuto, non è in verità la parola esatta, per ciò che mi è accaduto oggi.
Chiamo in generale abbattuto solo colui che precipita, mentre oggi sono riuscito a riprendermi e ad arrivare a terra sano e salvo.
Stando in formazione avevo visto il nemico volare esso pure in formazione serrata quasi al di sopra delle nostre posizioni nei pressi di Lens, ma dovetti volare ancora un buon tratto prima di raggiungerlo.
Il volare incontro al nemico è il momento più emozionante, quando è già in vista, ma rimangono ancora alcuni minuti prima di iniziare la lotta. Credo di impallidire sempre leggermente, ma purtroppo non ho mai avuto con me uno specchio per constatarlo, tuttavia trovo questo istante molto interessante, pieno di eccitamento, e mi piace. Si osserva il nemico da lontano, e se si è riconosciuta la squadra come avversaria si contano gli apparecchi nemici, si ponderano le circostanze favorevoli e quelle sfavorevoli. Così ad esempio ha una grande importanza la direzione del vento, se spinge verso il proprio fronte o verso il nemico. Una volta ho abbattuto un inglese, al quale avevo inferto il colpo mortale al di là delle linee nemiche ma che precipitò presso un nostro pallone frenato, ove lo aveva trascinato il vento.
Eravamo cinque. L’avversario era tre volte più numeroso di noi, esso avanzava volando alla rinfusa come uno stormo di moscerini. Disperdere un simile stormo che vola in tale formazione non è facile impresa, per il singolo è impossibile; per parecchi è alquanto difficile specialmente quando, come nel nostro caso, eravamo numericamente tanto inferiori. Ma noi ci sentiamo tanto superiori all’avversario che non dubitiamo nemmeno un istante della nostra vittoria. La volontà di attaccare, lo spirito di offensiva sono come ovunque anche nell’aria la cosa più importante. Ma anche il nemico la pensava allo stesso modo e dovevo accorgermene ben presto.
Appena ci scorse virò e ci attaccò. Si trattava ora per noi cinque di tenere gli occhi ben aperti; se uno rimane indietro può andargli ben male. Ci raggruppammo noi pure e lasciammo che quei signori ci venissero vicino. Io stavo in agguato, attento se uno dei quei cari amici si fosse un po’ allontanato dagli altri, difatti uno fu così sciocco ed io ebbi la possibilità di raggiungerlo pensando: “Sei un fanciullo perduto” e mi ero precipitato contro di lui sparando; lo colpisco o sto per colpirlo? Egli comincia a sparare, è quindi un po’ nervoso. Penso tra me: “spara pure, tanto non mi colpisci” Tirava con proiettili luminosi che vedevo passarmi accanto. Mi sentivo come sotto il getto di un innaffiatoio. Non era cosa piacevole, gli inglesi tirano quasi sempre con questa infame mitraglia ed è necessario abituarci. L’uomo è un animale abitudinario; in quel momento credo di aver riso, ma presto dovevo invece cambiare umore.
Giuntogli vicinissimo, a circa cento metri, tolsi la sicurezza alla mitragliatrice e sparai ancora alcuni colpi di prova constatando che tutto era in ordine. Non poteva più durare a lungo; nel mio pensiero vedevo già il nemico precipitare. L’agitazione di prima era svanita. Si pensa poi con calma ed obbiettivamente e si misurano le proprie probabilità di colpire e quelle dell’avversario; il combattimento stesso è nella maggior parte dei casi la cosa meno eccitante, e chi si agita durante la lotta commette grave errore e non riuscirà mai ad abbattere l’avversario. Forse non è altro che questione di abitudine, in ogni modo questa volta non dovevo sbagliare. Finalmente fui a distanza di soli cinquanta metri, scarico alcuni buoni colpi e il successo non può mancare. Così pensavo. Ma ad un tratto sento un grande scoppio nel mio apparecchio. E’ certo che sono stato colpito o meglio il mio apparecchio è colpito, perché in quanto alla mia persona mi sento illeso. Nel medesimo istante sento un gran puzzo di benzina e il motore rallenta. L’inglese se ne accorge perché spara sempre con accanimento e sono costretto ad atterrare.
Discendo verticalmente.
Automaticamente ho spento il motore. Era tempo. Quando il serbatoio della benzina è forato e il combustibile spruzza sulle gambe il pericolo dell’incendio è grandissimo, perché si ha innanzi un motore a scoppio di centocinquanta cavalli tutto rovente e quindi una goccia di benzina basta a mettere in fiamme tutto l’apparecchio. Lascio nell’aria una scia bianca che mi è nota per averla tante volte osservata dietro velivoli nemici. E’ questo il segno preciso dell’esplosione. Sono ancora all’altezza dei tremila metri, ho quindi un buon tratto da percorrere prima di giungere a terra. Grazie a Dio il motore si arresta; non posso valutare la velocità che acquista l’apparecchio, ma che in ogni modo è così grande che non posso sporgere la testa senza che il vento non la faccia sbattere violentemente indietro.
Presto non sono più a portata di tiro del mio avversario ed ho ancora tempo prima di giungere a terra di vedere cosa succede ai miei quattro compagni. Stanno ancora combattendo, si sente il fuoco delle mitragliatrici nemiche e delle nostre. Ad un tratto vedo un razzo, penso che sia il segnale luminoso di un avversario, ma non era possibile essendo troppo grande. E’ un apparecchio che brucia, non so se sia dei nostri o del nemico. L’apparecchio sembra che sia proprio uno dei nostri, ma per fortuna è del nemico. Penso chi possa averlo abbattuto. Un istante più tardi esce fuori dalla squadriglia un secondo aeroplano in modo simile a me: verticalmente verso il basso si capovolge, anzi torna a capovolgersi e poi si riprende. Vola diritto esattamente verso di me, e riconosco un Albatros. Certo ha dovuto subire la stessa mia sorte.
Sono ancora all’altezza di qualche centinaio di metri e devo scegliere il luogo dove atterrare poiché in un simile atterraggio è facile finire molto male; cerco di concentrare tutta la mia attenzione. Scorgo un prato non molto vasto ma sufficiente manovrando con un po’ di abilità, inoltre è favorevolmente situato al margine della strada presso Hénin-Liétard. Voglio atterrare in quel posto; tutto procede regolarmente, e penso dove possa essere disceso l’altro, ma lo vedo atterrare a pochi chilometri di distanza da me. Ho tempo di contemplare i danni subiti. Il mio apparecchio è stato colpito più volte ma il colpo che mi ha costretto ad abbandonare il combattimento ha perforato entrambi i serbatoi delle benzina e non me ne rimane nemmeno una goccia; anche il motore è stato colpito e ne provo rimpianto perché funzionava meravigliosamente.
Lascio penzolare le gambe dalla carlinga e devo aver avuto una espressione alquanto ridicola. Subito una moltitudine di soldati mi venne incontro, giunse anche un ufficiale. Era ansante ed in preda ad una grande agitazione, come se gli fosse accaduto qualchecosa di molto grave. Si precipita verso di me; cerca di riprender fiato e mi domanda: “Siete illeso almeno? Ho seguito tutto dal basso e sono tanto agitato; Dio mio come era terribile!” Lo assicurai che nulla mi era accaduto, saltai giù e mi presentai. Naturalmente non capì neppure una sillaba del mio nome; ma mi invitò a recarmi col suo automobile a Hénin-Liétard dove era accampato. Era un ufficiale del genio. Eravamo già seduti in macchina, e in procinto di partire, quando il mio ospite che ancora non si era traquillizzato, preso da un subitaneo spavento esclamò: “Mio Dio dove è il vostro pilota?” Dapprima non compresi cosa intendesse dire e lo guardai un po’ confuso: poi mi resi conto che mi aveva preso per l’osservatore di un apparecchio a due posti e mi chiedeva del pilota. Mi ripresi subito e risposi seccamente: “Guido da solo”.

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